martedì, luglio 05, 2011

Farmaci non più orfani

Il mio coinvolgimento nelle gravi problematiche che colpiscono i pazienti affetti da una malattia rara è legato ad aspetti personali, familiari, professionali, ed alla mia impostazione culturale critica nei confronti di una società tesa sempre al massimo profitto. Un'azione necessariamente anche associativa, oltre che sociale e politica, che si è sviluppata nel Comitato Italiano Progetto Mielina ed anche in @uxilia, una onlus nata per sostenere e garantire visibilità ed aiuto a favore dei soggetti più deboli. L’universo diversificato delle malattie rare affligge circa 5 persone ogni 10.000. Significa che il 3% della popolazione è affetto da una delle 8.000 malattie rare. Nell’Unione Europea, si stima siano coinvolte 27-36 milioni di persone. Il dramma di questi pazienti è l’impossibilità di accedere a diagnosi, prevenzione e cure dedicate. Lo scarso impegno dimostrato dalla comunità scientifica, e quindi dai medici, la penuria di centri di riferimento capaci di gestire una così variegata casistica, ma, soprattutto, l’assenza di interesse delle aziende farmaceutiche, derivano dai numeri insufficienti a coprire le spese di ricerca e produzione dei farmaci.

La tecnologia attuale sarebbe già in grado di sviluppare una terapia efficace, ma le regole del mercato, a cui le aziende farmaceutiche sottostanno, impediscono che nuovi farmaci raggiungano la produzione e la commercializzazione. Questi farmaci sono definiti “orfani”, in quanto potenzialmente utili per trattare una malattia rara, ma privi di un mercato sufficiente a sostenere con la loro vendita le spese di ricerca e sviluppo. Quello dell’”industria della salute” è comunque un problema ad ampio spettro. Non si discute da oggi sull’eticità del brevetto farmaceutico e sull’indisponibilità ad immettere sul mercato, a prezzi popolari, farmaci in grado di salvare milioni di vite nei Paesi in via di sviluppo. Oggi, il 75% della popolazione mondiale è concentrato nelle Nazioni a basso reddito è può utilizzare solo il 15% del totale dei farmaci prodotti. Delle innumerevoli molecole sintetizzate negli ultimi decenni, solo alcune decine riguardano le malattie tropicali. Nel Sud del mondo, 2 miliardi di persone non hanno accesso a trattamenti sanitari di alcun genere.

In questo desolante scenario, qualcosa stà però cambiando. Dai successi della ricerca scientifica italiana è nata un'alleanza internazionale tesa a sconfiggere sette gravi malattie genetiche ed a rendere le nuove terapie disponibili per tutti i pazienti nel mondo. L'accordo tra la Fondazione Telethon, l'Istituto Scientifico San Raffaele (HSR-TIGET) e la multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK) rappresenta una pietra miliare nella difficile sfida alle malattie genetiche. Queste sono in gran parte patologie rare, le quali, fino ad oggi, avevano beneficiato di un interesse limitato da parte delle multinazionali del farmaco. L’accordo conferma, inoltre, la leadership italiana nel settore della terapia genica. La convenzione prevede che l'HSR-TIGET riceva da GSK un primo investimento di 10 milioni di euro e che possa beneficiare successivamente di ulteriori finanziamenti legati al completamento di vari traguardi intermedi. La multinazionale farmaceutica ottiene una licenza esclusiva per lo sviluppo e la commercializzazione dei protocolli di terapia genica. I risultati conseguiti assumono una portata storica: viene offerto il dono della speranza ai pazienti affetti da alcune malattie rare e genetiche e ciò è stato reso possibile grazie alla Fondazione Telethon. La sua gestione trasparente dei fondi, ed il meccanismo di finanziamento che premia il merito, hanno sostenuto lo sviluppo della ricerca italiana, diventando un esempio in tutto il mondo. Una Fondazione, quella di Telethon, spronata nella sua azione dai malati, dalle loro famiglie e dalle associazioni nelle quali queste persone si riuniscono. Le associazioni partner di Telethon stanno permettendo il cambiamento culturale necessario per far emergere una ricerca finalizzata a prestare le cure al malato e non rivolta a meccanismi di puro profitto. Le Persone che si riuniscono per il bene dei propri familiari rappresentano l'esempio di come dovrebbero proporsi in Italia la sanità, la ricerca universitaria, la responsabilità sociale delle imprese.

* Presidente Comitato Italiano Progetto Mielina

Di Massimiliano Fanni Canelles

domenica, giugno 05, 2011

Conoscere il nucleare


Sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, nel 1987 l’Italia rinunciò all’opzione nucleare attraverso una consultazione referendaria. Da quel momento, si rese necessario importare energia dall'estero, quasi tutta di origine nucleare e trasportata tramite l'utilizzo di imponenti elettrodotti. L’Italia continuò ad utilizzare massicciamente le fonti energetiche non rinnovabili, come carbone, petrolio e gas naturale ed in misura solo residuale quelle rinnovabili, quali l’energia geotermica, l’idroelettrica e l’eolica. Tale scenario ci ha costretti in una posizione di dipendenza nei confronti della produzione e dei costi operati dai Paesi nostri fornitori e non si sono realizzate le condizioni per favorire la ricerca e sviluppare la produzione di energia elettrica in modo sostenibile e da fonti rinnovabili, come inizialmente sperato. Nel momento in cui il Governo si apprestava a varare un nuovo programma nucleare, con la realizzazione di quattro nuove centrali, il disastro di Fukushima ha imposto una drammatica riflessione, congelando qualsiasi iniziativa orientata in tal senso. L'energia nucleare a fissione (1) rimane una strada in salita per il coinvolgimento emotivo legato ai rischi per la salute. Rischi, però, non supportati dai dati statistici. Nel lungo periodo, infatti, il numero di vittime per Terawattora provocato dalle centrali nucleari non è sfavorevole rispetto ai danni alla salute provocati dalle centrali a carbone o a metano. A dover far riflettere in modo molto attento sono invece gli altissimi costi di gestione, manutenzione, sicurezza, assicurazione e, non ultimo, il problema dello stoccaggio delle scorie radioattive. Limiti attualmente invalicabili, che rendono poco competitivo il costo del kilowattora prodotto.

È questo il vero difetto del nucleare. Arenatesi anche le ricerche sulla fusione nucleare calda (2), non disponendo ancora della tecnologia necessaria a ricavare energia a costi ragionevoli attraverso questo processo, l’attenzione si è successivamente indirizzata verso le fonti rinnovabili ed ecosostenibili. Negli scorsi anni si sono perfezionati, conseguendo maggiore produttività, il sistema fotovoltaico, quello idrico e l’eolico. Se fossero posti in rete, eviterebbero di concentrare grandi potenze in un unico luogo, riducendo così ulteriormente i costi e permettendo una distribuzione maggiormente calibrata alle necessità dei singoli territori. Interessanti sono poi le ricerche di nuove fonti energetiche, come quella ideata al Massachusetts Institute of Technology (MIT) che utilizza energia chimica grazie alle nanotecnologie. E di grande impatto sembrano essere anche gli sviluppi dell’energia nucleare fredda (3), un sistema di fusione a bassa energia da sempre sottovalutato dalla comunità scientifica internazionale. Tale tecnologia si contraddistingue per i bassissimi costi di gestione e, grazie all’utilizzo di particolari catalizzatori, sembra riuscire a produrre grandi quantità di energia.

Recenti test sperimentali hanno dimostrato una consistente produzione di energia ed hanno evidenziato la caratteristica scientifica della riproducibilità dell’esperimento. Dovessero pervenire ulteriori conferme, la scoperta di Focardi e Rossi costituirebbe una rivoluzione epocale per il mondo intero, per i citati costi bassissimi e per l'assenza di scorie e danni ambientali. Appare strano come nessun Paese manifesti interesse alla realizzazione di un impianto su larga scala. Solo la Grecia testerà nel prossimo autunno la prima centrale elettrica da 1 megawatt basata sul questo brevetto. È probabile che la politica economica planetaria sia ancora troppo legata agli interessi delle multinazionali dell'energia e che certe autonomie nazionali non vengano viste di buon occhio. Dai tempi di Enrico Mattei serpeggia il sospetto che le "Sette Sorelle" (4) possano costituire una sorta di cartello economico energetico strutturato sulle fonti fossili. Interessi ed equilibri ancora forti e determinanti, ma che stanno progressivamente perdono potere, anno dopo anno. La globalizzazione, la presa di coscienza delle popolazioni africane, mediorientali ed arabe, l'esaurimento del petrolio e lo sviluppo di nuove fonti di energia ci stanno portando, quasi inconsciamente, verso una nuova forma di società. Non sappiamo se migliore o peggiore. Sicuramente sarà diversa da quella in cui siamo abituati a vivere.

Note:
1. la fissione nucleare è una reazione nucleare in cui il nucleo di un elemento pesante - ad esempio l’uranio 235 o il plutonio 239 - viene spezzato in frammenti di minori dimensioni, ovvero in nuclei di atomi a numero atomico inferiore, con emissione di una grande quantità di energia associata a rilascio di radioattività e scorie residue.

2. Il processo di fusione nucleare "calda" consiste nell'unione di due o più nuclei leggeri per ottenerne uno più pesante. È quindi l'inverso della fissione. Enormi difficoltà sono causate dalle forze repulsive tra cariche elettriche di uguale segno. Per vincere tali forze, è necessario portare la materia allo stato di plasma mediante temperature elevatissime, nell'ordine di dieci milioni di gradi, con tecnologie ancora non disponibili ed economicamente insostenibili.

3. Nella fusione nucleare "fredda", sembra si riesca ad avvicinare i nuclei di deuterio e trizio a distanze tali da vincere la reciproca forza di repulsione utilizzando una quantità minima di energia grazie allo sfruttamento di un catalizzatore. Se il fenomeno sia dovuto alla fusione fredda o ad una fonte di energia ancora sconosciuta, al momento costituisce oggetto di controversia.

4. La locuzione Sette Sorelle venne coniata da Enrico Mattei, dopo la nomina a Commissario liquidatore dell'Agip nel 1945, per indicare le sette compagnie petrolifere più ricche al mondo in base al fatturato.

Di Massimiliano Fanni Canelles

giovedì, maggio 05, 2011

La rinascita araba


Il 17 dicembre 2010, Mohamed Bou Azizi, un giovane laureato tunisino adattatosi, per vivere, come ambulante abusivo, si è dato fuoco per protestare contro la polizia, che gli aveva sequestrato la merce. Da quel momento, la fiammata della rivolta popolare si è diffusa in tutti gli Stati arabi. Due rivoluzioni si sono consumate in Egitto e Tunisia, altre sono in pieno svolgimento in Libia e Yemen. Siria, Algeria e Giordania sono in fermento, mentre in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente sono segnalati numerosi gruppi di giovani che manifestano contro i regimi al potere. In tutte le contestazioni, risulta molto significativo il fattore islamico, talvolta postosi direttamente alla guida della protesta. In Egitto è presente la Fratellanza Musulmana, in Tunisia il Movimento della Rinascita Islamica, in Giordania il Fronte di Azione Islamica, nello Yemen la Coalizione Nazionale per la Riforma e in Algeria il Fronte Islamico di Salvezza. In Siria risulta attivo il movimento clandestino dei Fratelli Musulmani, in Marocco il partito Giustizia e Sviluppo. La fede islamica esercita sicuramente una forte influenza nella vita quotidiana di tutta la regione, ma il motivo che ha mobilitato le piazze non è stato, però, solo quello religioso. La popolazione, stanca di essere lasciata nella povertà, ha manifestato in modo spontaneo e, nonostante le imponenti misure di sicurezza attuate dalla polizia, ha colto di sorpresa le autorità, i partiti ed i movimenti di opposizione. Anche i social network, Twitter e Facebook, e le notizie pervenute attraverso Wikileaks, sono risultati fattori significativi, ma non determinanti: in Egitto, Mubarak ha oscurato Internet (e, successivamente, anche gli sms) senza ottenere il successo atteso; la Libia, un Paese con una rete internet poco sviluppata (350.000 navigatori su una popolazione di sei milioni di abitanti) e lo Yemen, che presenta numeri ancora inferiori, ciononostante, sono risultati i Paesi maggiormente coinvolti nelle rivolte popolari.

È quindi probabile che il tam tam mediatico sia slittato dal web ad un altro canale comunicativo. Facendo leva sui desideri di cambiamento e sul sentimento di frustrazione della società civile, le televisioni satellitari in lingua araba hanno giocato un ruolo molto più importante. Hanno evidenziato le cattive politiche economiche, la disuguaglianza sociale, la corruzione e, soprattutto, hanno posto a confronto gli standard di vita nordafricani con quelli occidentali.

Non solo. Anche il ruolo delle forze armate è risultato determinante ben più di internet, soprattutto in Egitto ed in Tunisia. I militari hanno scelto di schierarsi con gli insorti, costringendo i rispettivi dittatori ad andarsene. È stato l'esercito che ha messo in sicurezza Piazza Tahrir, il luogo simbolo della rivoluzione, dalla quale il popolo ha potuto urlare il suo no al regime.

Ora, grandi interrogativi sono posti dalla mancanza di leadership. Sono concreti i timori di infiltrazioni da parte di Al Qaeda, di teocrazie islamiste, di regimi votati a politiche energetiche ricattatorie nei nostri confronti e determinati a spingere autentiche maree umane verso le nostre coste. L’”Europa Unita” appare divisa, incapace di esprimere una linea strategica adeguata alla portata storica della Primavera Araba ed impreparata a gestire l'emergenza umanitaria in atto in Italia. La diplomazia internazionale è quindi chiamata ad operare un’attenta riflessione anche perché, inevitabilmente, i cambiamenti nella geografia del Nord Africa andranno ad influenzare le tensioni nei Territori occupati da Israele e le mire espansionistiche di Teheran.


Di Massimiliano Fanni Canelles

martedì, aprile 05, 2011

La Musicoterapia


La musica è sempre stata considerata un elemento capace di influenzare gli stati d'animo, le emozioni, il benessere psicofisico. Il coinvolgimento della musica nella qualità della vita è innegabile. Nelle società primitive, caratterizzava i rituali, come quelli di caccia e di iniziazione. Nella religione, il suono dalle campane tibetane ed il canto gregoriano arricchivano lo spirito dei fedeli. Ancora oggi si discute se le sinfonie di Mozart possano sviluppare una maggiore intelligenza in chi le ascolta. Secondo il neurologo Robert Zatorre, della Mc Gill University di Montreal, la musica è in grado di attivare nel cervello dell'uomo i centri del piacere, gli stessi sensibili ad altri elementi meno astratti, quali cibo, stupefacenti, sesso. A differenza di questi ultimi, la particolarità della musica è però quella di non possedere valore biologico, ma di essere in grado – proprio come una sostanza chimica - di interagire con alcune funzionalità neurologiche del corpo umano. Queste attività "fisiche” della musica sono ben definibili ed identificabili, in quanto alterano in modo percepibile la frequenza cardiaca ed il tono muscolare. L'utilizzo della musica come strumento di comunicazione non-verbale può intervenire anche a livello educativo, riabilitativo e, addirittura, terapeutico, in una grande varietà di condizioni patologiche. Nervosismo, ansia, angoscia, difficoltà di ordine psicosomatico, quali cefalee, stanchezze muscolari e forme asmatiche, possono trarne giovamento. Il medico francese Alfred Tomatis ha studiato gli effetti terapeutici del canto. Le ricerche hanno relazionato l'udito con le dinamiche del corpo e della mente, identificando "l'orecchio” quale “organo primario di consapevolezza". Nell'infanzia, soprattutto, la musica sembra svolgere un ruolo significativo di stimolo allo sviluppo cerebrale. Aiuta a sviluppare il linguaggio ed a coordinare i movimenti. Secondo uno studio dell'Università di Sheffield, imparare a suonare uno strumento può aiutare un bambino dislessico a superare parte del proprio disturbo. Alcuni ricercatori dell'Università di Liverpool ipotizzano che il linguaggio musicale praticato da piccoli possa rendere il cervello adulto più elastico e capace di adattarsi meglio alle diverse situazioni, dimostrando una maggiore resistenza allo stress ed una più apprezzabile capacità professionale. Nell’atto di esprimere le proprie emozioni, gli studiosi hanno potuto notare che il cervello di chi si dedica alla musica attiva delle reti neuronali supplementari, le quali interessano alcune regioni cerebrali, come la corteccia orbito-frontale, che risulta coinvolta anche nell’elaborazione delle emozioni sociali. A questo punto, dobbiamo chiederci se il cambiamento tecnologico che sta avvenendo in tutti campi, la digitalizzazione (trasformazione in numeri) delle immagini, dei documenti e dei suoni, permetta ancora di mantenere il forte potere biologico dei suoni e della musica. Se ciò non avvenisse, e fosse comprovato scientificamente, il sistema analogico di riproduzione potrebbe riacquisire una nuova importanza. Sarà per questo che la Recording Industry Association of America ha annunciato che le vendite dei dischi in vinile sono in continua crescita? Non ci è dato saperlo, ma la Capital Records ed altre aziende discografiche hanno ristampato su vinile la quasi totalità del repertorio in loro possesso.


Di Massimiliano Fanni Canelles

sabato, febbraio 05, 2011

Aspettando il 2012


Il 3 luglio 1969, il professor Leonard Kleinrock trasmise parte di una parola da un computer ad un altro, distante fisicamente oltre 500 km. Considerato un visionario, profetizzava un futuro caratterizzato dalla presenza di una rete "sempre funzionante, sempre disponibile, presente in tutti i luoghi e liberamente accessibile a tutti". Quel futuro e quella rete sono oggi realtà. Ogni giorno, milioni di persone navigano e lavorano su internet. Il Web 2.0 ha modificato profondamente il nostro modo di vivere e lavorare. Non solo. È diventato il terreno su cui hanno luogo relazioni, informazione, rivoluzioni, guerre. Alcuni Governi tentano di controllarlo, ma senza riuscirvi. “La rete è inarrestabile perché è globale e globalmente neutrale” (A. Bogliolo). Permette a chiunque di esprimersi e dare spazio alla propria creatività. Consente una collaborazione libera fra milioni di utenti, i quali, come in un enorme puzzle, possono divenire parte di un progetto, di un ideale, di un obiettivo, di un prodotto finale che spesso ha complessità e raffinatezza maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. La parola chiave di questo fenomeno è WIKI, un sistema aperto che permette a ciascuno di aggiungere il proprio tassello: un servizio, un'esperienza, un cliente. WIKI è software, giornalismo, informazione, conoscenza. È un sistema di collaborazione spontanea, che travolge tutto. Persino la comunità scientifica ha dapprima accettato, non senza difficoltà, la libera enciclopedia Wikipedia e si è poi convertita al sistema con Wikigenes, un motore di ricerca supportato dal Memorial SloanKettering Cancer Center, sede del primo esperimento per il trasferimento delle informazioni contenute nei geni umani. WikiLeaks si inserisce in questo scenario. Si impone all’attenzione internazionale divulgando informazioni riservate riguardanti il mondo politico e finanziario e scatenando le reazioni più disparate fra chi promuove la libertà di espressione e chi invoca il pericolo di destabilizzazione del potere costituito. Indipendentemente dalla posizione assunta al riguardo, il tema della sicurezza in rete costituisce comunque un problema reale. È necessario proteggere i dati, tutelare la privacy e prevenire la divulgazione e l’utilizzo delle informazioni per finalità non legittime. La libertà di circolazione delle idee è un veicolo fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico dei Paesi moderni, ma, così come accade nel mondo reale, anche nella rete possono verificarsi fenomeni criminali assolutamente inaccettabili. Cybercrimini da contrastare con decisione, ma che non devono costituire la scusa per opporsi al nuovo movimento culturale, collaborativo ed "open source", che pone in discussione il concetto stesso di proprietà intellettuale finalizzata al profitto. I Creative Commons, le nuove licenze alternative al copyright, stanno invadendo la rete ed indeboliscono l’idea di proprietà ed i diritti commerciali su cui le multinazionali traggono i loro utili. Una rivoluzione nella rivoluzione, un nuovo modo di vivere contrapposto agli attuali valori costituiti da competizione, contrapposizione, ricerca del potere e della ricchezza ad ogni costo. 10 anni fa, Amazon era solo un fiume del Sud America, Yahoo! una parola coniata da Jonathan Swift per I Viaggi di Gulliver, Google un numero infinito formato dalla cifra uno e un centinaio di zeri. Grazie alla rete, ed alla sua caratteristica di mettere in relazione milioni di utenti, il mondo come lo conosciamo oggi non sarà più lo stesso. La rete come un'unica intelligenza planetaria e l’uomo come sua cellula portante stanno forse realizzando la profezia Maya che prevede, nel 2012, la fine del mondo come noi lo conosciamo.


“No, no, per carità, Galileo fermati! Il libero pensiero è attaccaticcio come un'epidemia. Ognuno ha da serbare il proprio rango, chi in vetta e chi nel fango”. B.Brecht, Vita di Galileo.

Di Massimiliano Fanni Canelles

mercoledì, gennaio 05, 2011

In nome di Dio


La religione è sempre stata un elemento chiave nel rapporto fra i popoli. Le differenze di cultura e tradizione sono riconducibili anche ad essa e numerosi conflitti sono stati classificati come "guerre di religione". Eppure, tutte le grandi confessioni basano la loro dottrina su testi simili, definiti sacre scritture: la Bibbia per i Cristiani, il Talmud per gli Ebrei, il Corano per gli Islamici, il Sanatana dharma per gli Indù. Le analogie riguardano i messaggi in esse contenuti: valori di pace, pietà, amore e rispetto per il prossimo. Nella Bibbia, Dio manifesta il Suo orrore per la violenza fin da quando essa divide Caino ed Abele. Gesù insegna a porgere l’altra guancia fino a sacrificare se stesso sulla Croce. Nel Corano, Maometto esorta a sconfiggere l'impurità dentro di noi. La jihad è ,infatti, la guerra interiore che ogni Musulmano combatte per migliorarsi. Risultano, quindi, almeno ambigui, per non dire assolutamente fuorvianti, gli incitamenti alla guerra ed alla violenza lanciati ai fedeli nel corso dei secoli. I conflitti che hanno dilaniato i seguaci di fedi diverse non sono stati altro che strumentalizzazioni poste in essere da leader assetati di potere e votati alla prevaricazione sui propri simili fino al punto da condurre gli adepti all’estremo sacrificio nel nome di Dio. Fomentare l'odio sostenendo la superiorità di una religione e, di conseguenza, di una civiltà rispetto ad un'altra è stato il metodo utilizzato da questi uomini privi di scrupoli per dividere le coscienze e creare fanatismi e fondamentalismi. Divisioni e contrasti che fino ad oggi hanno sostenuto i regimi dittatoriali ed autocratici. Nel tempo, nulla è cambiato. La religione ha superato la modernizzazione ed il progresso scientifico. È tuttora strumento di mobilitazione per i Paesi in via di sviluppo. Influenza la politica nei Paesi industrializzati. Cresce d’importanza nelle relazioni internazionali. Basti pensare ad Al-Qaeda e, più in generale, ai recenti episodi di terrorismo internazionale, ai contrasti sanguinari fra Cina e Birmania, alla protesta dei monaci tibetani, ai riferimenti religiosi nella politica estera dell’amministrazione Bush, alle contrapposizioni culturali fra Occidente e popolazioni immigrate. Negli ultimi anni è venuta inoltre meno la classica identificazione geografica delle religioni. L’Islam si diffonde in Africa ed in Europa. Il Cristianesimo perde contemporaneamente d'importanza nei Paesi industrializzati. Filosofie orientali fanno presa su molte società occidentali. Il legame tra religione e senso di appartenenza etnico-culturale è ormai tramontato. Sebbene l’epoca delle guerre di religione possa sembrare confinata in un passato lontano, questi cambiamenti, in continua evoluzione, sono promotori di nuovi disequilibri, contrasti sociali, intolleranze. Questi possono sfociare in fanatismi e fondamentalismi, anticamera del terrorismo armato e della "guerra santa", espressioni della “rivolta contro l’Occidente” quale rivalsa dell’usurpazione e prevaricazione subita ad opera del colonialismo politico e commerciale del primo mondo sul terzo. Un mondo che nulla sembra avere imparato dall'esperienza e dalle parole di Dio. Un Dio sempre strumentalizzato e mai veramente ascoltato.

Di Massimiliano Fanni Canelles

domenica, dicembre 26, 2010

Dei delitti e delle pene*


Sono 43, secondo Amnesty International, gli Stati che continuano ad applicare la pena di morte. In alcuni di questi, la misura è prevista solo per crimini particolarmente gravi, come l’omicidio; in altri, anche per reati come la rapina, lo stupro, l’adulterio. Il Giappone e gli Stati Uniti sono gli unici due Paesi appartenenti al G8 a mantenere l’esecuzione nel loro sistema giudiziario. In Italia, il ministro Zanardelli aveva abolito questa forma di “giustizia” già nel 1889, con le eccezioni del regicidio e dell’alto tradimento in tempo di guerra. La pena di morte venne reintrodotta nel periodo fascista e poi vietata dalla Costituzione del 1948, ad eccezione, sempre, dei periodi di guerra. Venne abolita completamente dal Codice Penale Militare solo nel 1994 e, con riferimento al tempo di guerra, dalla Costituzione appena nel 2007. Considerando i Paesi a noi vicini, osserviamo che la pena capitale nella Città del Vaticano venne abolita nel 1967, grazie a Papa Paolo VI e rimossa dalla Legge fondamentale solo nel 2001, su iniziativa di Giovanni Paolo II. Negli ultimi 40 anni, tutti i Paesi europei l’hanno eliminata. Rimane giuridicamente attiva solo in Bielorussia, mentre l'Unione Europea ne proclama l’abolizione con l’articolo 2 della Carta dei diritti fondamentali: «Ogni persona ha diritto alla vita e... nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato». La funzione di deterrenza al crimine è l’argomentazione maggiormente utilizzata dai sostenitori di questa misura. Gli studi sull’argomento non sono però mai riusciti a relazionare la pena di morte con una diminuzione del tasso di criminalità: nei reati che destano allarme sociale, manca spesso la componente della premeditazione, così come il timore della pena non è percepito durante un eccesso d’ira o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Al contrario, sembra evidenziarsi un incremento dei crimini violenti proprio nei Paesi mantenitori. Altra argomentazione a sostegno della pena di morte è la sua funzione retributiva: si invoca una pena “adeguata al delitto”, una sorta di vendetta di Stato, di pari entità nei confronti del reo, per lenire il dolore e risollevare dallo sconforto i familiari della vittima. La pena capitale è però anche un modo per coprire l’incapacità della società palesata nel recupero dei soggetti deviati o emarginati. È il metodo di induzione della paura e di controllo sociale utilizzato da alcuni Governi che non sanno fronteggiare il crimine e coinvolgere nelle loro istituzioni le minoranze ed i gruppi non allineati. La pena di morte è un dramma silenzioso che scuote l’opinione pubblica solo quando una persona colpevole di reati minori, o addirittura innocente, corre il rischio di essere giustiziata. Una possibilità non tanto remota, se si tiene conto dell’analisi statistica evidenziata dall’Istituto Gallup: si può fondatamente ritenere che il 10% dei giustiziati fosse innocente. Il dato è avvalorato dall’American Bar Association che denuncia come le persone accusate di omicidio provengano in gran parte dalle classi economicamente più disagiate, quelle che non sono in grado di garantirsi un’adeguata assistenza legale. La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte – composta, fra gli altri, dalla Repubblica Italiana e da numerose associazioni – ha cercato di far fronte a questo dramma istituendo una moratoria (che comporta la sospensione dell'applicazione della pena di morte, pur mantenendola negli istituti giuridici statali). Il 15 novembre 2007, con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti, la Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Risoluzione che chiedeva la moratoria universale della pena di morte. La Risoluzione è stata poi ratificata dall'Assemblea generale il 18 dicembre2007. Un grande risultato del processo politico-diplomatico, iniziato da Cesare Beccarla nel 1763 con il saggio “Dei delitti e delle pene”, che ha portato alla riforma del concetto di pena, rieducazione e riabilitazione con la scomparsa definitiva del boia nel mondo civilizzato e democratico.


*È il titolo dell’opera dell'illuminista milanese Cesare Beccaria che portò alla prima abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786.

Di Massimiliano Fanni Canelles